ROMA – Le forze israeliane continuano a bombardare il sud del Libano, mentre diversi missili di Hezbollah sono caduti nel nord di Israele senza causare vittime: è il clima che si respira nel giorno in cui scade il cessate il fuoco stretto tra i governi di Tel Aviv e Beirut con la mediazione di Washington. Ancora nella capitale statunitense si terranno nella giornata di oggi gli incontri tra gli ambasciatori dei due Paesi: colloqui preliminari si sono tenuti ieri, con la speranza del governo di Beirut di poter ottenere una nuova proroga, come avvenuto lo scorso 23 aprile. Superare i principali nodi non è semplice: resta la questione del ritiro delle forze israeliane, che nel sud del Paese hanno costituito una fascia di sicurezza profonda circa una decina di chilometri dal confine.
Secondo Al Jazeera, che cita un’intervista all’emittente radiofonica pubblica israeliana, il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir oggi ha dichiarato che Israele non solo non è disposto a ritirarsi, ma “Vuole un insediamento in Libano e non dobbiamo temere le pressioni”, tornando così anche a rilanciare il “grande Israele”, il progetto politico di ispirazione biblica che auspica l’espansione dello Stato ebraico in parti dei Paesi limitrofi, oltre che in Palestina. Altro scoglio ai colloqui, il disarmo completo di Hezbollah, che resta centrale nell’agenda di Israele e Stati Uniti. La sua realizzazione è però problematica non solo perché il partito non è stato coinvolto nei colloqui a Washington – e quindi non li riconosce e non adotta impegni – ma anche perché Israele applica una sorta di “embargo di fatto” alle forniture di armi all’esercito libanese. Al contrario, le autorità di Beirut vorrebbero equipaggiarlo per rendenderlo l’unica forza nazionale intitolata a difendere il territorio statale.
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