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Difesa, industria e fiducia: il caso Cingolani e il limite italiano nell’analisi di Livolsi

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ROMA – “Il mancato rinnovo di Roberto Cingolani alla guida di Leonardo, più che una vicenda di governance aziendale è il riflesso di una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra industria strategica, politica e modello di sviluppo”. Il caso e i suoi riflessi nell’analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., nel nuovo appuntamento della sua rubrica con l’agenzia Dire, curata da Angelica Bianco.

IL RAGIONAMENTO DI LIVOLSI

“Le guerre in corso, dall’Ucraina a Gaza, dall’Iran al Libano, rappresentano l’espressione di uno scenario internazionale segnato dal ritorno della competizione tra potenze, in cui la difesa è tornata a essere una leva economica oltre che militare- spiega- La spesa globale militare ha superato i 2.700 miliardi di dollari nel 2024 (Sipri), ai massimi storici, con una crescita trainata in particolare da Stati Uniti e Cina. Non si tratta solo di sicurezza: ricerca, innovazione e filiere industriali passano sempre più da questo ambito. Negli Stati Uniti, il legame tra Stato e industria della difesa è strutturale. Il budget federale supera stabilmente gli 800 miliardi di dollari l’anno (Dipartimento della Difesa Usa) e alimenta un ecosistema che integra tecnologia, università e imprese. Questo modello è destinato a evolvere. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il sostegno automatico agli alleati europei all’interno della Nato potrebbe non essere più scontato, come indicano anche le posizioni espresse di recente dal presidente statunitense. La sicurezza tende così a tornare una responsabilità più nazionale che multilaterale”.

“La Cina- continua Livolsi- ha scelto una strada diversa, ma altrettanto coerente: controllo pubblico, pianificazione industriale e integrazione verticale tra difesa e tecnologia civile. Il risultato è una crescita accelerata delle capacità produttive e innovative, sostenuta da una strategia di lungo periodo. L’Europa si trova in una posizione intermedia. La spesa complessiva dei Paesi membri supera i 300 miliardi di euro (Consiglio Ue), ma resta frammentata: sistemi d’arma diversi, duplicazioni nei programmi, limitate economie di scala. In questo quadro, gruppi come Leonardo rappresentano uno dei pochi attori in grado di competere su scala globale”.

UNA QUESTIONE DI EQUILIBRIO

“È qui che il caso Cingolani assume un significato più ampio. Al di là delle motivazioni – ufficiali e non – legate alla rottura del rapporto fiduciario con il governo, emerge un punto strutturale: la difficoltà di definire un equilibrio stabile tra autonomia manageriale e indirizzo politico nelle imprese strategiche. Il tema non è nuovo. Tuttavia, quando la competizione riguarda settori come difesa, spazio e intelligenza artificiale, la continuità delle strategie industriali diventa un fattore decisivo. Gli Stati Uniti hanno costruito nel tempo un sistema in cui l’intervento pubblico orienta il mercato senza metterne in discussione la prevedibilità. La Cina ha scelto una via opposta, ma altrettanto coerente. L’Europa, e l’Italia, oscillano tra queste due logiche senza definirne una propria. Il risultato- conclude- è una gestione spesso episodica, in cui le scelte industriali si intrecciano con dinamiche contingenti. In un mondo che torna a essere guidato dall’hard power, questa incertezza ha un costo non solo in termini di sicurezza, ma soprattutto di competitività. La difesa è anche industria, tecnologia e crescita: richiede coerenza, continuità e scala”.
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